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Il Castoro curioso 1 – 2025/26

Posted on Febbraio 25, 2026Marzo 14, 2026 by Paolo Giacosa

Gli alberi di Natale artificiali: con voi grazie alle… oche

Il primo albero di Natale artificiale fu costruito in Germania negli anni ‘80 dell’800, in risposta ad un periodo di deforestazione particolarmente aggressiva; mentre oggi sono composti soprattutto di alluminio o PVC, allora si facevano con piume d’oca colorate di verde e legate a dei rami di fil di ferro. Questi alberi guadagnarono popolarità soprattutto nel 20esimo secolo, in America, dove gli alberi veri erano già stati rimpiazzati da piramidi di legno, e attraversarono un ulteriore processo di evoluzione che li portò al loro aspetto moderno e ad espandersi anche in paesi che non soffrivano della mancanza di alberi.

 

Jingle Bells: spirito natalizio o cash grab?

Jingle Bells, la canzone natalizia per eccellenza, fu patentata da James Lord Pierpont il 16 Settembre 1857, ma lui non aveva il Natale in mente mentre la scriveva, dato che l’aveva già fatta suonare in un teatro di Boston; si pensa che avesse combinato parti di varie canzoni del genere dei “Canti da Slitta”, popolarissimi ai tempi, con un solo obiettivo: guadagnare. La canzone infatti ha un suono molto piacevole e poco complesso da produrre, il che, combinato con l’assenza di originalità del testo o del ritmo, fece pensare ai suoi contemporanei che Pierpont avesse solo pensato ad un modo semplice e veloce per riempirsi le tasche.  Nonostante tali critiche circondassero il componimento esso si è trasformato in un inno tipico del Natale. 

 

Il rinvio di GTA 6 interrompe il parlamento Polacco

11 Ottobre 2025, il parlamento Polacco è in sessione e il senatore Witold Tumanowicz porta all’ordine del giorno il ritardo della pubblicazione di GTA VI, definendolo “Disturbante” e “Uno scandalo”, probabilmente con ironia visto il contesto.

 

 

 

Non siamo nel matrix. La scienza lo prova

Nell’Università Okanagan della Colombia Britannica è stata risolta la questione cospirologica secondo la quale staremmo tutti vivendo in una complessa simulazione al computer. Questo grazie al teorema matematico noto come “L’incompletezza di Gödel”, che dimostra che per generare un universo digitale ci vorrebbe una macchina capace di immaginare concetti non-algoritmici, il che è impossibile per il modo in cui funzionano le tecnologie moderne. 

 

 

di Evgeny Vasilenko

Il Piccione Recensore 1 – 2025/26

Posted on Febbraio 25, 2026Marzo 14, 2026 by Paolo Giacosa

Little King’s Story

Anteprima: 22 aprile 2009

Generi: Videogioco strategico in tempo reale òò

Modalità di gioco: Giocatore singolo

Piattaforme: Wii, Microsoft Windows, Playstation Vita, Steam 

Sviluppatori: Town Factory, Cing, Marvelous, Konami, Vanpool 

Editori: Rising Star Games

Pegi: 7

A Little King Story, il cui titolo originale è Ōsama Monogatari, è un videogioco di ruolo sviluppato a Cing e pubblicato nel 2009 da Rising Star Games per Wii. Un gioco giapponese uscito negli anni Duemila, è quel giusto mix di nostalgia tipica dell’infanzia e il balletto natalizio Lo Schiaccianoci. Il giocatore ricopre il ruolo di un bambino che, dopo essere finito in uno strambo regno in una maniera non chiara (infatti stava inseguendo dei topi), si troverà una corona in testa e lo scettro in mano, ora a comando di un’intera nazione. Avanzerà nella storia a suon di musica dal tono classico liberando principesse, affrontando particolari sovrani, conquistando nuovi regni e combattendo nemici di vario tipo.

EFFETTO MANDRIA …. Caldamente consigliato!!

Giocatori: Da 4 a 20.

Età: 10+ anni.

Durata: Circa 20-30 minuti a partita.

Questo gioco da tavolo di gruppo dalla fantasia animalier e vago sentore di mucca è proprio adatto ad essere giocato a pancia piena dopo il pasto natalizio insieme ad amici e famiglia. In questo gioco, dalla durata massima di 30 minuti, risponderete a domande quasi sempre aperte di vario tipo (ad esempio, quale sia la salsa migliore), anche a tema festivo, ma non con l’obbiettivo di farsi distinguere, bensì di fare parte della massa! Infatti, dovrete cercare di accumulare punti ragionando come farebbe la massa, meglio conosciuta in questo caso come famiglia, però bisogna stare attenti, poiché se tutti sono della stessa idea e tu, malcapitato, hai risposto “maionese” invece di “ketchup”, ti ritroverai davanti una mucca rosa che non si asterrà dal tirarti occhiatacce, e tutto quello in cui ormai puoi sperare per vincere è che qualcuno spari una “vaccata” peggiore della tua.

Canto di Natale

Prima pubblicazione: 19 dicembre 1843

Autore: Charles Dickens

Ambientato in un’epoca in cui il guadagno era l’obbiettivo popolare, il famoso autore Charles Dickens scrive quest’opera natalizia che è per uno studente liceale l’ottima occasione per affrontare altre opere del famoso autore britannico, ma con un tocco festivo.

La storia segue il protagonista Ebenezer Scrooge, un vecchio tirchio senza famiglia se non per suo nipote, che però tiene alla lontana. In quest’opera infatti, riscoprendo il suo passato, comprendendo il suo presente, e riflettendo sul futuro, il vecchio avaro capirà che sta sprecando la sua vita in qualcosa di effimero, cambiando radicalmente la propria filosofia di vita trasformandosi in un anziano generoso, che ora segue lo spirito della festa che prima tanto odiava.

Quest’opera, oltre ad insegnarci il vero spirito natalizio e farci entrare nel clima delle feste, può presentarsi a noi anche come un’ottima occasione per testare il proprio inglese, leggendo qualcosa di piacevole, spesso già in parte conosciuto, in una lingua non troppo complessa, dal titolo “A Christmas Carol”.

di Margherita Bavaresco

Risultati dei contest su Instagram

Posted on Febbraio 25, 2026Febbraio 27, 2026 by Paolo Giacosa

A seguito dei sondaggi effettuati sul profilo Instagram del nostro Liceo analizziamo con voi i risultati ottenuti. In particolare, abbiamo chiesto se i partecipanti all’indagine fossero pronti o no alle feste.

Alla prima domanda l’83% ha risposto di si! Molte case e edifici delle nostre zone sono decorate da alberi di Natale, lucine, ghirlande e decorazioni di qualunque genere.

Poi abbiamo indagato sulla preferenza tra pandoro o panettone. Dai risultati comprendiamo che molti non amano l’uvetta e i canditi, infatti l’80% ha scelto il pandoro. Infine, ci hanno detto il piatto che per loro rappresenta il Natale. Ecco il menù: ravioli al vino, vitello tonnato, cappelletti in brodo e la vincitrice per eccellenza è la Signora lasagna! 

Quando la Magia Diventa un business: l’enorme macchina che si nasconde dietro l’albero

Posted on Febbraio 25, 2026Febbraio 27, 2026 by Paolo Giacosa

Nel periodo natalizio l’economia subisce un forte incremento di domanda e, di conseguenza, un aumento di richiesta di lavoratori. La macchina economica da Settembre a Gennaio è fortemente condizionata dalle festività in tutti gli ambiti: dalla logistica alle varie tipologie di negozi. La festa più attesa dell’anno è ormai un vero e proprio motore economico globale, capace di muovere cifre da capogiro. Le aziende iniziano a lanciare le loro idee regalo già a Settembre poi, due mesi dopo, quando tutto inizia ad accendere l’entusiasmo, arriva la settimana del Black Friday. L’industria del Natale è sempre più scollegata dalle tradizioni cristiane e legata al marketing, alla festa, ai regali, all’atmosfera invernale e nevosa, alle case addobbate, alle lucine e alle decorazioni varie.

Il Natale ha cominciato a esercitare un potere mediatico già nei primi anni dell’Ottocento. La vera svolta, però, è avvenuta negli anni ’30, quando la Coca-Cola diede il via a una strategia pubblicitaria che trasformò il babbo rosso con la barba in un simbolo potentissimo del consumismo. Negli anni ’50 e ’60, con il boom economico, le pubblicità televisive e gli allestimenti imponenti dei negozi hanno poi sigillato questo legame indissolubile tra Natale e shopping frenetico. A partire dagli anni ‘80 si è verificato un crescente consumismo dovuto allo sviluppo e alla diffusione delle pubblicità televisive appositamente studiate per i più piccoli, per invogliarli a chiedere famosi giocattoli o loro repliche. La crescita del digitale, infine, ha reso lo shopping natalizio ancora più dirompente. La comodità di comprare dal divano, di usufruire di pagamenti sicuri e la velocità delle consegne spingono i consumi a livelli altissimi. Le aziende usano strategie di marketing sempre più mirate, anche grazie alla tecnologia: l’Intelligenza Artificiale, nutrendosi dei nostri dati e “osservando” le nostre abitudini di acquisti, permette alle aziende di coinvolgere chiunque, persino in paesi come Cina, India o Giappone, che tradizionalmente non festeggiavano questa ricorrenza. Ormai, per non restare indietro nel mercato globale, anche culture lontane sposano i modelli occidentali, rendendo il Natale una festa, di fatto universale, del consumo.

 

 Miriam Gallesio

VBG in giro per il mondo

Posted on Febbraio 25, 2026Febbraio 27, 2026 by Paolo Giacosa

In questi mesi alcuni insegnanti e studenti del nostro Liceo hanno avuto modo di visitare alcuni Paesi e viverne loro stessi la quotidianità. Abbiamo intervistato alcuni di loro per sapere com’è stata l’esperienza. Prima abbiamo interrogato la delegazione spagnola, a cura di Emma Lidia Casassa ed Emma Perillo:

D. Come è andato il primo giorno di Erasmus e come è stato il primo impatto? 

“All’inizio non pensavo neanche che mi prendessero e quando poi è successo, ero davvero contenta di aver ricevuto quell’occasione. Solo sul treno che in pochi minuti mi avrebbe portato a Guadarrama, dove sarei stata un mese, ho iniziato a sentirmi un po’ ansiosa e timorosa nei confronti di ciò che mi attendeva. Del gruppo ero quella che aveva avuto meno contatti col suo corrispondente, e i primi minuti insieme, aspettando che venissero a prenderci, sono stati un po’ silenziosi e ad essere sincera anche leggermente imbarazzanti. Una volta a casa, dopo essermi sistemata, non sapevo da dove iniziare ma avevo intenzione di provare a parlare con la famiglia e prendere confidenza. Quindi, dopo aver raccolto un po’ di coraggio, mi sono decisa a chiedere alla madre come stesse preparando le sue tortillas. Non avendo mai studiato spagnolo prima, tranne  6 ore di lezione prima della partenza, soprattutto all’inizio ero un po’ in difficoltà con la lingua, ma da subito si sono mostrati disponibili ad aiutarmi parlando più piano e talvolta usando addirittura i gesti per assicurarsi che capissi. Mi ha molto sorpreso il fatto che la mattina riuscivo a capire molto meglio mentre la sera,dopo la fatica dell’intera giornata, il mio cervello andava in standby ed era molto più difficile ascoltare e comunicare.”

D. Descrivici una giornata tipo e le differenze rispetto al sistema scolastico italiano

“La famiglia che mi ospitava è venezuelana, quindi ogni giorno facevo colazione con la tradizionalissima arepa. Mi hanno toccato in modo speciale momenti in cui mi raccontavano delle fatiche della vita di un migrante, dello strazio di partire non perchè vuoi ma perchè devi, perchè hai visto il tuo paese passare da una rinascita a una dittatura e restare sarebbe troppo pericoloso, quindi bisogna lasciare tutto e reinventarsi altrove. Una decina di anni fa solo Gabriel, il mio corrispondente, e sua madre sono riusciti a fare il passaporto e a raggiungere la Spagna. Il padre non ce l’ha fatta e la nonna si è rifiutata di abbandonare casa sua.

La giornata a scuola iniziava alle 8 e mezza con lezioni da 50 minuti e un solo intervallo da 30 minuti, nel quale potevamo uscire ed andare addirittura al supermercato o semplicemente in giro per la città. Ad ogni cambio d’ora partiva una canzone diversa e cambiavamo aula. I ragazzi in classe partecipano in modo diverso alla lezione, meno attivamente e hanno un concetto di gruppo classe diverso dal nostro. Dopo scuola o tornavo a casa in pullman o andavo a pranzo con gli altri italiani. I pasti lì si fanno molto più tardi (dalle 15 e mezza alle 17 per il pranzo). Dedicavo parte del pomeriggio a recuperare ciò che facevano in Italia i miei compagni e spesso la madre mi portava con lei a visitare alcuni parenti della famiglia, come la zia o la cugina. I corrispondenti spagnoli avevano organizzato per i loro ospiti tantissime uscite, nelle quali abbiamo avuto l’occasione di conoscere anche alcuni francesi, anche loro in Erasmus.

D. Cosa ti mancherà e la consiglieresti? 

“Se devo essere sincera, una volta arrivato il momento di ripartire ho pensato che mi sarei trattenuta volentieri un altro mese. Amici e famiglia in Italia iniziavano a mancarmi, ma sentendoli tutti i giorni non ne avevo eccessivamente nostalgia. Mi ero appena abituata a quella routine e mi accorsi all’improvviso di quanto quei giorni erano passati in fretta per me. Oltre a tutti i bellissimi ricordi che ho collezionato, credo che ciò che mi mancherà di più sarà il continuo mettersi in gioco e affrontare le sfide della mia quotidianità in un Paese che di fatto non è il mio, in una lingua che non ho mai studiato, nella casa e nella vita di persone lontane e diverse da me. Probabilmente senza rendersene conto mi hanno lasciato tanto. Secondo me è un’ottima esperienza per chiunque, ma in particolare la consiglio a studenti curiosi e vogliosi di lanciarsi in un’avventura ricchissima di prove con cui confrontarsi. Credo che quello che resta a uno studente Erasmus dipenda molto dall’approccio che sceglie di adottare in ogni occasione. Ciò che auguro a chi sta pensando di aderire ad una iniziativa di questo genere è di aver voglia di mettersi in gioco e vivere più novità possibili, senza precludersi nulla, bloccati dalla paura di un qualcosa che solo non si conosce.

L’opinione del Professore: Santi Messina

E’ stata un’esperienza assolutamente positiva anche perchè la scuola che ci ha ospitato è molto grande e dispone anche di ambienti che non sempre sono presenti nelle scuole italiane, ad esempio la caffetteria come spazio di ritrovo e di aggregazione, non soltanto per i docenti, ma anche per gli alunni, quindi è un importante servizio che la scuola offre.  Effettivamente ci sono molti elementi di differenza tra il modo in cui la scuola  viene organizzata in Spagna, infatti sono gli alunni che si spostano al suono della campanella per iniziare per le lezioni, quindi c’è un via vai continuo nelle diverse classi; questo genera un po’ di confusione e di trambusto per noi che invece siamo abituati a ritrovarci sempre gli alunni all’interno della stessa classe; è stato un po’ impattante come elemento di novità. Un altro elemento sicuramente diverso rispetto al sistema scolastico italiano è che c’è molta libertà per gli alunni nel personalizzare il loro piano di studi, soprattutto in quelli che sono i 2 anni conclusivi della scuola di secondo grado in cui, partendo da quelle che sono delle materie obbligatorie, gli studenti scelgono quali discipline suscitato maggiormente il loro interesse anche in vista dell’università.                                                                         

Per me è stato un impatto molto positivo, ho trovato una comunità molto accogliente, abbiamo avuto anche modo di osservare le metodologie didattiche degli insegnanti e posso dire che sono molto simili rispetto a quelle che sono usate in Italia, quindi lezioni dialogate, a partire dalla condivisione di un power point, di costruire la lezione con gli alunni. Un elemento molto importante è che abbiamo scoperto che in Spagna non esistono le interrogazioni orali, è tutto quanto scritto, quindi effettivamente poco spazio viene lasciato agli studenti per affinare un po’ le loro competenze riguardanti l’arte del parlare bene, anche se a volte fanno delle ricerche che a volte abbiamo visto.                                                                                                              

Siamo stati una settimana. Io sì, un pochino conoscevo lo spagnolo per averlo studiato un po’ alle scuole medie, ed è stata un’ opportunità, anche sul piano linguistico, che mi ha permesso di esercitare completamente la lingua. Non è sempre stata facile la comunicazione perché il mio lessico era limitato e anche perchè sono molto attaccati allo spagnolo, quindi volenti o nolenti eravamo costretti a interagire in qualche modo in spagnolo.                                                               

Sono partito con l’obiettivo di osservare il funzionamento di una realtà scolastica diversa rispetto a quella italiana, anche se siamo abbastanza vicini essendo comunque all’interno dell’Unione Europea. Dopo questo viaggio, non cambierei comunque la scuola italiana perché ha dei punti di forza consolidati e ritengo anche che la preparazione sia superiore rispetto a quella che possa offrire una scuola come quella spagnola. Ad esempio, la scuola italiana per quanto riguarda l’insegnamento delle lingue classiche ha una marcia in più (probabilmente per la tradizione)  perché in Spagna abbiamo scoperto che il latino e il greco vengono studiati gli ultimi 3 anni del liceo sostanzialmente, quindi,  poverini, si ritrovano tutte le 5 declinazioni e tutte la morfologia verbale spiegata in 3 mesi e poi sono costretti a tradurre e fanno ovviamente molta fatica; anche la letteratura è studiata in modo meno approfondito.

Non solo la Spagna

Oltre al progetto spagnolo, la nostra scuola in questa prima parte dell’anno ha già visto la partecipazione di alcuni suoi studenti ad altri due Erasmus. Silvia è stata a Bordeaux una settimana e racconta: “mi ha piacevolmente stupito il metodo adottato nelle lezioni, che ho trovato più intuitivo e stimolante e del sistema scolastico francese amo anche il fatto che ognuno sia libero di costruirsi il proprio curriculum scegliendo le materie che preferisce. Alloggiavamo in un hotel nel centro della città, dove abbiamo fatto colazione ogni mattina per poi affrontare con la carica giusta una intensissima giornata di scuola che di solito non terminava prima delle 5 del pomeriggio, per fortuna però interrotta da qualche ora buca e una pausa pranzo in mensa. Nel tempo libero a disposizione abbiamo visitato Bordeaux… consiglio questa esperienza a chi è interessato a staccarsi dalla sua solita routine per provare, anche se solo per una settimana, a viverne un’ altra diversa che potrebbe rivelarsi un piacevole cambio di prospettiva”. Margherita invece è da poco tornata dall’Irlanda. Un numeroso gruppo di cantanti e musicisti del VBG ha vissuto 5 giorni in un ostello dublinese, visitato la capitale e rivisto i ragazzi della cittadina di Carnew, già conosciuti in occasione del concerto al teatro Baretti, dove si sono esibiti il 14 Novembre di quest’anno. Secondo Margherita è un’esperienza molto arricchente, consigliata a chi, oltre ad amare la musica, è pronto a mettersi in gioco (impegnandosi anche in svariate prove di gruppo) con qualcuno di un altro Paese che condivide la sua passione.

Silvia Ballauri e Margherita Somà

Ricardo Villar, dalle favelas al calcio dilettantistico Ligure

Posted on Febbraio 25, 2026Febbraio 27, 2026 by Paolo Giacosa

Ricardo Rodriguez Villar è nato e cresciuto nelle favelas di San Salvador de Jujuy, in Argentina. Centrocampista offensivo di grande talento, esordisce nel calcio professionistico a soli 17 anni con la maglia del Cesena, nel 2006.

Nel 2009 viene chiamato in Serie A dall’Udinese, ma per mancanza di spazio in rosa viene girato in prestito al Como. Dopo sei mesi si trasferisce alla Cremonese, dove lascia subito il segno con cinque reti. Torna quindi nuovamente all’Udinese, prima di intraprendere un lungo viaggio calcistico che lo porta a cambiare continente.

Dal 2011 al 2021 gioca in Cile, militando in numerose squadre sudamericane come San Luis, Central Norte, Sarmiento de Resistencia, Douglas Haig, Chaco for Ever, Union Sunchales e Gimnasia y Tiro. In dieci anni in Sudamerica colleziona venti reti.

Nel 2023 rientra in Italia, vestendo le maglie di Toma Maglie, di Novoli e infine del Millesimo. Proprio con il club giallorosso si consacra: nella stagione 2023-24 è capocannoniere del girone di Prima Categoria Ligure con venti gol.

Nel 2024-25 conferma il suo straordinario momento di forma, vincendo di nuovo la classifica marcatori stavolta in Promozione con 23 gol. In questa stagione, la terza consecutiva al Millesimo, ha già timbrato il cartellino con un gol su rigore contro la Genova Calcio.

Un percorso fatto di sacrificio, talento e riscatto, che fa di Ricardo Rodriguez Villar una vera icona del calcio dilettantistico.

   Di Dragos Tanase

Quando hai giocato all’Udinese, Como, Triestina, Cesena. Visti i tanti allenamenti e le partite, sei mai riuscito a festeggiare il Natale in Argentina?

Sono riuscito a festeggiare il Natale diverse volte in Argentina perché l’Udinese o il Cesena mi pagavano il biglietto aereo per tornare là e quindi partivo dopo l’ultima partita e tornavo il primo Gennaio, quindi riuscivo ad andare una settimana in Argentina e ritornare per gli allenamenti.

Hai mai pensato di mentire al tuo allenatore per saltare gli allenamenti e festeggiare il Natale con la tua famiglia? 

Non ho mai pensato di mentire all’allenatore perché comunque sempre si viene sempre a sapere, inoltre poi dal viaggio lungo si sarebbe capito. Essendo anche un professionista è corretto chiedere l’autorizzazione.

Ti è mai venuto in mente di smettere di giocare nella fase professionistica calcistica per dedicare il tempo alla tua famiglia? 

Sì, ho dovuto per scelta nel 2022: ho pensato alla salute di mia suocera che era malata e quindi ho lasciato da parte il calcio e siamo ritornati nella mia città in Argentina. Lì ho ripreso il calcio ma ho poi deciso di smettere fino a quando le cose non sarebbero andate bene.

Ora che hai 36 anni giochi con il Millesimo e siete saliti tu e la tua squadra dalla Prima Categoria all’Eccellenza negli ultimi tre anni. Come regalo di Natale vorresti la promozione in Serie D? 

No, come regalo di Natale non posso chiedere quello perché per quello bisogna lavorare; posso chiedere salute fisica per poter allenarmi al massimo e per aiutare la squadra.

Disegni di Matteo Somà

Posted on Febbraio 25, 2026Febbraio 27, 2026 by Paolo Giacosa

Una Poesia di Natale

Posted on Febbraio 25, 2026Febbraio 27, 2026 by Paolo Giacosa

Nel silenzio bianco di una notte chiara,

il Natale cammina a passi felpati,

si ferma negli occhi dei bambini,

dove la magia non sembra mai avere fine.

 

Ridono come campanelli d’argento,

con mani fredde e cuori caldi,

aspettando un sogno sotto l’albero,

avvolto in carta e luce,

con la speranza legata;

da un fiocchetto rosso acceso.

 

Le loro voci riempiono le case,

più forti di ogni inverno,

e anche il mondo più stanco

si ferma ad ascoltare:

le risate dei bambini,

e il Natale che sembra tornare a brillare.

 

Civello Sofia 22/11/25

Neve artificiale: perché il consumismo non disseta il cuore

Posted on Febbraio 25, 2026Febbraio 27, 2026 by Paolo Giacosa

C’è un rumore effimero di frivola gioia che si sente nelle case non appena arriva Natale. Non si tratta del suono dei campanelli o delle canzoni natalizie che si sentono alla radio, ma del rumore della carta regalo che viene scartata. Questo rumore copre tutto il resto: il freddo pungente che fa venire il gelo alle guance, i dolci momenti che viviamo con i nostri cari e anche il momento di riflessione che a volte sarebbe giusto concederci.

Siamo figli di una generazione che corre. Corriamo verso l’ultimo modello di smartphone, verso il maglione più colorato, verso pacchetti infiocchettati che promettono una felicità che dura quanto il tempo di scartarli. 

Sembra che il Natale sia diventato una gara di velocità senza fine: chi spende di più, chi accumula più oggetti, chi accende più luci. Ma in questa corsa all’oro, a volte ci dovremmo chiedere: cosa stiamo cercando davvero sotto l’albero? Forse, tra le pagine di un libro che abbiamo amato o tra le pagine del libro del nostro cuore, abbiamo imparato che le parole hanno un peso, piu di qualsiasi altra cosa. E la parola “Natale” dovrebbe pesare di più di un sacchetto di plastica.

​Il consumismo è come una neve artificiale: bellissima da vedere, ma che non disseta la terra e si scioglie subito. Forse ci riempiamo le mani di oggetti per non sentire il vuoto di un abbraccio che manca, o per nascondere la paura di restare un attimo in silenzio a chiederci come stiamo. Invece, il Natale più vero è quello “analogico”. È il calore di una tazza di tè in compagnia, è lo sguardo di un nonno che racconta la stessa storia per la decima volta, è quel momento di pace in cui ci accorgiamo che il regalo più prezioso non è quello che compriamo, ma il tempo che decidiamo di spendere con qualcuno.

In questo Natale da liceali, tra una versione e l’altra, proviamo a fare una rivoluzione gentile. Non smettiamo di farci i regali, perché è bello dare e ricevere, ma proviamo anche a scartare anche ciò che dietro l’immediata visione dei nostri occhi danneggia sia l’ambiente che le persone che producono i nostri regali che riceviamo. Cerchiamo di guardare oltre la vetrina luccicante e di trovare la poesia nelle piccole cose, come un messaggio scritto a mano, una passeggiata al freddo, il coraggio di dire “ti voglio bene” senza bisogno di un’etichetta col prezzo.

​Perché alla fine, quando le luci si spegneranno e la carta regalo sarà diventata solo un mucchio di colori nel cestino, resterà solo quello che abbiamo saputo dare col cuore. E quella è l’unica cosa che non passa mai di moda.

Sara Manuello

Oltre le luci del Natale

Posted on Febbraio 25, 2026Febbraio 27, 2026 by Paolo Giacosa

Il countdown al Natale è iniziato: già si sente nell’aria il profumo del pan di zenzero, il fruscio della carta da regalo, il luccichio delle luci intermittenti e l’illusione di un giorno magico. Dopotutto, a Natale si è tutti più buoni, vero? Oh forse, è solo un modo ipocrita di credere di esserlo?

Natale è il periodo per eccellenza della bontà e dei pensieri positivi. La tradizione che è rinvenuta a noi- dai Saturnalia degli antichi Romani alla celebrazione del Sol invictus di età imperiale- porta con sé il senso di rinascita, famiglia e comunità. Oggi, quasi come fosse un obbligo, il giorno di Natale ci costringe a vedere parenti che per tutto l’anno nessuno si ricorda di avere. Per non parlare dei doni e dei mille biglietti di auguri che, anno dopo anno, invadono i cassetti di ogni casa. Per molti, quindi, le feste sono la celebrazione della presenza- dei famigliari, degli affetti, dei ricordi- mentre per altri possono rivelarsi periodi estremamente cupi e tristi. Questo fenomeno, conosciuto sotto il nome di Christmas Blues, è più diffuso di quanto si possa pensare. Per tanti il Natale assume una duplice  forma: da una parte ci si sente coccolati da quell’atmosfera magica, dall’altra chi sa di non poterlo vivere come nelle pubblicità, e finisce per logorarsi dall’invidia o dalla delusione. Secondo la statistica della “Federazione nazionale degli ordini dei biologi”, il 23% della popolazione italiana dai 18 ai 75 anni soffre d’ansia sotto le feste. Tale malessere colpisce soprattutto uomini di mezza età  e anziani over 60.  La depressione natalizia, a differenza di altri “malumori stagionali”, è strettamente legata alla sfera emotiva e familiare che è in primo piano nei periodi festivi. Spesso infatti, legata a questa tristezza, c’è la perdita o la lontananza da una persona cara, l’indisponibilità economica e la famosa pressione natalizia. Ebbene sì, proprio la pressione natalizia. Sembra contraddittorio, dato che il Natale per eccellenza celebra la liberazione dalle preoccupazioni e dalle ansie, eppure sempre più animi sono scombussolati dal suo arrivo. Un po’ come quando devi andare dal dentista: più la data si avvicina, più l’ansia sembra travolgerti. Sotto le feste c’è quasi l’obbligo di essere allegri: il Natale è infatti associato al “dover essere felici” o all’unità della famiglia, oltre al “dover apparire al meglio”. Sono tutte queste condizioni a incidere sul malessere psicologico dell’individuo, sviluppando, come detto in precedenza, forte ansia e inadeguatezza. Ma concentriamoci ora sull’ultimo punto: “dover apparire al meglio”- per cosa? A Natale bisogna essere gentili, buoni, ma nessuno si è mai chiesto perché? Se dietro questo buonismo popolare, ci siano delle ragioni oppure è solo superficialità? 

Domande alle quali gli studi hanno cercato di dare una spiegazione. Ad esempio: perché Natale è proprio il 25? Nessuno sa il giorno esatto in cui Gesù è venuto al mondo, neanche nei Vangeli essa viene citata. Magari è proprio per la scelta di quel giorno che siamo arrivati alla più famosa citazione popolare “a Natale tutti più buoni”. Per capirlo, dobbiamo immedesimarci in un cittadino romano del 274 d.C. In quell’anno l’imperatore Aureliano ideò un nuovo modo di festeggiare il solstizio d’inverno: il Sol Invictus, una celebrazione dedicata al Sole invitto che, proprio il 25 dicembre, faceva rinascere i suoi raggi e segnava il ritorno della “luce” dopo mesi di buio.
Grazie alla letteratura, sappiamo che la luce, spiritualmente e simbolicamente, rappresenta la ragione, la purezza, la rinascita, il bene… A questa festa, però, se ne intrecciava un’altra ancora più antica: Saturnalia (I/II d.C.). È proprio da qui che deriva il rito dello scambio dei regali. I Saturnali celebravano il dio Saturno, associato all’Età dell’Oro, un’epoca mitica di pace, gioia, bontà e prosperità. 

La Chiesa scelse poi il 25 Dicembre come data della nascita di Gesù – e quindi del Natale – perché, con una storia così radicata e spirituale, risultava perfetta.
Può dunque essere nato proprio da qui il “buonismo natalizio”: dall’incrocio tra la bontà dell’Età dell’Oro e la rinascita del bene legata al solstizio d’inverno. 

Certo è che chiunque abbia diffuso questo messaggio, ha contribuito a tramandare nei secoli un’idea precisa: questo periodo richiama l’essere umano a riscoprire la sua parte più autentica, quella che ci differenzia dall’essere bestie. Ritornare ad amare, rispettare il prossimo, vivere in serenità, quella serenità che troppo spesso è messa alla prova dai doveri della vita, e fare in modo che questa condizione ci sia sempre, non solo il 25. 

 

Camilla Romano

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