La bellezza è uno dei valori per cui l’umanità ha sempre perso la testa.
Il desiderio di affascinare, l’ossessione per il giudizio degli altri e per l’apparenza fisica sono ambizioni capaci di farci stare bene, ma anche di ferirci profondamente come mai ci aspetteremmo.
In nome della bellezza, l’uomo ha ucciso, rapito, rubato e perfino iniziato guerre, come la celebre e grandiosa guerra di Troia. Uno dei conflitti più grandi dell’antichità, scoppiato per la contesa di una donna: Elena, esaltata non per il suo genio o la sua gentilezza, ma per la perfezione fisica.
Nonostante la bellezza sia da una parte così equivoca ed estremamente soggettiva, per molti ragazzi, donne, uomini e addirittura bambini è diventata una misura rigida con cui valutare il proprio valore personale.
I social alimentano questa omologazione della perfezione pubblicizzando interventi, spesso non necessari, che prima azzerano l’identità personale e poi sfociano in vere ossessioni.
Ed è esattamente quando l’estetica prende il sopravvento sulla salute fisica e mentale, che la chirurgia smette di essere uno sfizio e rischia di diventare una prigione.
Fin dalla giovane età impariamo a confrontarci, a misurarci con corpi perfetti e volti senza difetti, dimenticando ciò che rende una persona davvero bella. Ciò che dovrebbe valorizzare la nostra autenticità, il sorriso, il colore degli occhi, la voce, ci fa invece sentire sempre inadeguati, o addirittura sbagliati. Ed è con questo pretesto che al giorno d’oggi più persone si sottopongono ad operazione mirate a migliorare il proprio stato di salute. Ma quante volte abbiamo sentito al telegiornale di interventi finiti in tragedia? Si pensi al caso della giovane Margaret Spada, morta nel novembre del 2024 per un rinofiller; oppure a Simonetta Klafus, 63 anni, (anche lei) deceduta dopo una liposuzione nel 2025; o ancora una ragazza di 14 anni morta per un intervento al seno senza consenso del padre.
Diverse sono le storie e le ambiguità dietro il mondo della chirurgia, ma ancora più contorti sono i mezzi attraverso cui essa viene pubblicizzata. Spesso e volentieri, ognuno di noi si affida ai social senza preoccuparsi di scavare a fondo nelle informazioni e perdere del tempo per la ricerca di un luogo sicuro per la nostra salute. Così, ci fidiamo di ciò che gli influencer o i commenti sotto i video dicono, ignorandone l’autenticità e la credibilità. A volte basta una parola collocata al punto giusto, uno zero in meno nei like, un dettaglio abilmente nascosto per ingannare le nostre menti. E così, ciò che dovrebbe essere una scelta consapevole rischia di trasformarsi in una decisione guidata più dall’emozione che dalla reale comprensione.
Come detto in precedenza, i social sono un’arma a doppio taglio: da una parte ci consentono di rimanere in
contatto con amici e coetanei, di esprimerci liberamente e di sentirci parte di una comunità; dall’altra, soprattutto negli adolescenti, possono alimentare insicurezze e confronti continui. L’uso costante di filtri e immagini ritoccate, ad esempio, propongono modelli di bellezza spesso irraggiungibili, che rischiano di distorcere la percezione di sé e della realtà. In una fase delicata come l’adolescenza, in cui l’identità è ancora in costruzione, questo può portare a una diminuzione dell’autostima e a un bisogno eccessivo di approvazione esterna, misurata in like e visualizzazioni. Questo spinge gli adolescenti a superare ogni limite pur di essere ciò che gli altri vogliono che siano, adattando il proprio comportamento, e persino il proprio aspetto, alle aspettative imposte dai social.
Se oggi, attraverso i social, i filtri, la chirurgia estetica, sembra prevalere il desiderio di apparire diversi, in passato si sentiva l’esigenza, almeno per qualche giorno, di essere diversi. Il cambiamento poteva assumere forme e rituali simbolici, come nella “festa dei folli”, da cui deriva il nostro Carnevale.
Nel Medioevo, infatti, tali feste erano una vera e propria occasione per ribaltare i ruoli sociali: le donne diventavano uomini e viceversa, i ricchi diventavano i nuovi poveri e uno tra i fortunati popolani poteva sedere sul trono in veste di Re. Ovviamente, erano tutti rigorosamente mascherati. Mascherarsi significava abbandonare temporaneamente la propria identità sociale, assumere un ruolo provvisorio per liberarsi dalle costrizioni quotidiane della vita medievale. Ciò concedeva anche una maggiore libertà negli scherzi, parte integrante dei giochi e degli spettacoli, talvolta vissuti come una forma di rivalsa nei confronti di chi, per tutto l’anno, esercitava l’autorità o imponeva restrizioni.
Dunque il mutamento non è di per sé un concetto negativo; anzi, da sempre l’uomo ricerca il cambiamento per evolversi, migliorarsi e adattarsi al proprio tempo. Ma quando questo diventa un’ossessione per la perfezione, allora non è più uno slancio naturale verso la crescita, bensì una prigionia dentro una gabbia invisibile. Il cambiamento autentico nasce dall’accettazione dei propri limiti e dalla volontà di superarli con armonia; l’ossessione tossica, invece, nasce dalla paura di non sentirsi abbastanza agli occhi degli altri.

