Il countdown al Natale è iniziato: già si sente nell’aria il profumo del pan di zenzero, il fruscio della carta da regalo, il luccichio delle luci intermittenti e l’illusione di un giorno magico. Dopotutto, a Natale si è tutti più buoni, vero? Oh forse, è solo un modo ipocrita di credere di esserlo?
Natale è il periodo per eccellenza della bontà e dei pensieri positivi. La tradizione che è rinvenuta a noi- dai Saturnalia degli antichi Romani alla celebrazione del Sol invictus di età imperiale- porta con sé il senso di rinascita, famiglia e comunità. Oggi, quasi come fosse un obbligo, il giorno di Natale ci costringe a vedere parenti che per tutto l’anno nessuno si ricorda di avere. Per non parlare dei doni e dei mille biglietti di auguri che, anno dopo anno, invadono i cassetti di ogni casa. Per molti, quindi, le feste sono la celebrazione della presenza- dei famigliari, degli affetti, dei ricordi- mentre per altri possono rivelarsi periodi estremamente cupi e tristi. Questo fenomeno, conosciuto sotto il nome di Christmas Blues, è più diffuso di quanto si possa pensare. Per tanti il Natale assume una duplice forma: da una parte ci si sente coccolati da quell’atmosfera magica, dall’altra chi sa di non poterlo vivere come nelle pubblicità, e finisce per logorarsi dall’invidia o dalla delusione. Secondo la statistica della “Federazione nazionale degli ordini dei biologi”, il 23% della popolazione italiana dai 18 ai 75 anni soffre d’ansia sotto le feste. Tale malessere colpisce soprattutto uomini di mezza età e anziani over 60. La depressione natalizia, a differenza di altri “malumori stagionali”, è strettamente legata alla sfera emotiva e familiare che è in primo piano nei periodi festivi. Spesso infatti, legata a questa tristezza, c’è la perdita o la lontananza da una persona cara, l’indisponibilità economica e la famosa pressione natalizia. Ebbene sì, proprio la pressione natalizia. Sembra contraddittorio, dato che il Natale per eccellenza celebra la liberazione dalle preoccupazioni e dalle ansie, eppure sempre più animi sono scombussolati dal suo arrivo. Un po’ come quando devi andare dal dentista: più la data si avvicina, più l’ansia sembra travolgerti. Sotto le feste c’è quasi l’obbligo di essere allegri: il Natale è infatti associato al “dover essere felici” o all’unità della famiglia, oltre al “dover apparire al meglio”. Sono tutte queste condizioni a incidere sul malessere psicologico dell’individuo, sviluppando, come detto in precedenza, forte ansia e inadeguatezza. Ma concentriamoci ora sull’ultimo punto: “dover apparire al meglio”- per cosa? A Natale bisogna essere gentili, buoni, ma nessuno si è mai chiesto perché? Se dietro questo buonismo popolare, ci siano delle ragioni oppure è solo superficialità?
Domande alle quali gli studi hanno cercato di dare una spiegazione. Ad esempio: perché Natale è proprio il 25? Nessuno sa il giorno esatto in cui Gesù è venuto al mondo, neanche nei Vangeli essa viene citata. Magari è proprio per la scelta di quel giorno che siamo arrivati alla più famosa citazione popolare “a Natale tutti più buoni”. Per capirlo, dobbiamo immedesimarci in un cittadino romano del 274 d.C. In quell’anno l’imperatore Aureliano ideò un nuovo modo di festeggiare il solstizio d’inverno: il Sol Invictus, una celebrazione dedicata al Sole invitto che, proprio il 25 dicembre, faceva rinascere i suoi raggi e segnava il ritorno della “luce” dopo mesi di buio.
Grazie alla letteratura, sappiamo che la luce, spiritualmente e simbolicamente, rappresenta la ragione, la purezza, la rinascita, il bene… A questa festa, però, se ne intrecciava un’altra ancora più antica: Saturnalia (I/II d.C.). È proprio da qui che deriva il rito dello scambio dei regali. I Saturnali celebravano il dio Saturno, associato all’Età dell’Oro, un’epoca mitica di pace, gioia, bontà e prosperità.
La Chiesa scelse poi il 25 Dicembre come data della nascita di Gesù – e quindi del Natale – perché, con una storia così radicata e spirituale, risultava perfetta.
Può dunque essere nato proprio da qui il “buonismo natalizio”: dall’incrocio tra la bontà dell’Età dell’Oro e la rinascita del bene legata al solstizio d’inverno.
Certo è che chiunque abbia diffuso questo messaggio, ha contribuito a tramandare nei secoli un’idea precisa: questo periodo richiama l’essere umano a riscoprire la sua parte più autentica, quella che ci differenzia dall’essere bestie. Ritornare ad amare, rispettare il prossimo, vivere in serenità, quella serenità che troppo spesso è messa alla prova dai doveri della vita, e fare in modo che questa condizione ci sia sempre, non solo il 25.
Camilla Romano



